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martedì 19 febbraio 2008

.::K.O. per qualche mese!



Sí, da tempo sapevo di non essere Superman, però avrei voluto che la dimostrazione della mia umana fragilità non avvenisse in modo così traumatico!
Una banalissima caduta con la moto, e mi sono ritrovato con un ginocchio rotto e fuori combattimento per almeno tre mesi!

Avevo appena finito di lavorare e, con Fiordalisa, la mia ragazza, stavo andando all’università (da sole due settimane c’eravamo iscritti ai corsi serali: lei a psicologia e io giurisprudenza).
Partiti da casa, non avevo nemmeno messo la seconda quando il cane del vicino ci viene addosso come per morderci: riesco a evitare il cane ma non la pozza di fango vicino alla cunetta… scivola la ruota davanti, metto giù la gamba sinistra e crack!
...continua a leggere la brutta storia qui [+]




GIOVEDÌ, DICEMBRE 13, 2007
.::Arriva Olga, era meglio "mai" che "tardi"!

A 12 giorni dalla fine della stagione dei cicloni, la tempesta tropicale Olga è arrivata sull'isola, provocando 22 morti in Repubblica Domenicana e 2 ad Haiti.

La zona più colpita è stata quella del Cibao Central, con la città di Santiago (seconda per grandezza della RD) inondata dallo straripamento del fiume Yaque, dopo l'apertura (sconsiderata) della diga di Taveras.

Sotto accusa le autorità preposte al controllo della diga, il cui livello non era ancora stato fatto diminuire dopo l'ultima
tempesta tropicale, Noel, poco più di un mese fa.



Photogallery:














VENERDÌ, DICEMBRE 07, 2007
.::A Padova ci si ricorda di Haiti

(cliccare sull'immagine per ingrandirla)







LUNEDÌ, NOVEMBRE 26, 2007
.::Le donne di Dajabón chiedono rispetto da parte della Polizia




In occasione della Giornata Internazionale della Non Violenza contro le Donne (25 novembre 2007), le organizzazioni sociali di Dajabón, riunite nella Rete per una Vita senza Violenza - REVIDA, hanno scritto una lettera aperta ai membri della Policia Nacional.

Un appello e un messaggio di pace dopo i gli ultimi casi di "violenza di genere", soprattutto dopo la morte di
Rosa Herman Almonte, vittima di un ex-marito geloso, a sua volta suicidatosi.

Dal mese di agosto del 2006 sto lavorando volontariamente alla nascita e alla crescita di REVIDA, nella speranza che il fenomeno della violenza domestica possa essere efficacemente trattato e risolto!



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Dajabón, República Dominicana
25 de noviembre de 2007
Para: Teniente Coronel Napoleón Germán Guerrero
Policía Nacional
Destacamento de Dajabón

Estamos frente a este Destacamento Policial de Dajabón, hoy, 25 de Noviembre de 2007, Día Internacional para la Erradicación de la Violencia contra la Mujer.

En esta ocasión tan significativa, queremos recordar todos los actos de Violencia que, en el País y tambien en nuestra provincia de Dajabón, se están cometiendo en contra de las mujeres, los hombres y los niños, pero especialmente en contra de nosotras, las Mujeres.

Recordamos los tristes casos de la difunta Rosa Herman Almonte, de la sobreviviente Jacqueline Baez Fernandez y tambien de todas aquellas que NO tuvieron el valor para denunciar la situación de temor y violencia a las cuales estan sometidas en sus hogares.
Nosotras, las mujeres de Dajabón, estamos aquí reunidas frente a nuestro cuerpo policial para enviarles un mensaje de Paz y de Amor: ¡Construyamos la Paz! ¡Erradiquemos la Violencia contra la Mujer!

Recuerden que somos sus Madres y Esposas; sus Hijas y Hermanas: con el corazón en las manos les pedimos que nos brinden más apoyo cuando acudimos a ustedes buscando proteccion; que nos amen como seres humanos y que respéten nuestros derechos a una vida libre de violencia.

Aquí está nuestro saludo de Paz: ¡un pañuelo blanco que nunca queremos que se manche!

Atentamente,

Las Mujeres de Dajabón

Organizan: Unión de Centros de Madres Mujeres Fronterizas, Secretaria de Estado de la Mujer, Asomuneda, Parroquia de Dajabón, Radio Marién, Centro Puente, Solidaridad Fronteriza.

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VENERDÌ, MAGGIO 11, 2007
.::Emergenza tornado a Dajabón


Veduta aerea del ponte sulla frontiera dominico-haitiana, ostruito da un albero centenario sradicato dal tornado.

Alle 5 del pomeriggio di martedì 8 maggio si è abbattuto su Dajabón l'unico tornado che la popolazione locale ricordi.
In meno di 7 minuti, più di 520 case sono state scoperchiate
e la maggior parte degli alberi è stata sradicata o hanno subito danni gravi. Sono stati proprio gli alberi a causare i danni maggiori, cadendo sulle case e sulle auto in sosta. Fortunatamente non ci sono state vittime, mentre il bilancio dei feriti è stato di sole 36 persone.




Tanto spavento e tanti danni materiali: uno fra tutti il ponte che unisce Dajabón con Wanament. L'albero secolare che si trovava sulla sponda haitiana è stato sradicato dal vento ed è caduto trasversalmente sul ponte, danneggiandone gravemente la struttura.



Il tornado ha concentrato la sua forza nella zona urbana della città di Dajabón, risparmiando per fortuna la parte haitiana, dove si contano 25 case con danni più o meno gravi ai tetti. I pezzi di lamiera staccati dalle case sono stati sparsi su tutta la città.



>>> FOTOGALLERY: per una panoramica completa, visita la galleria di immagini cliccando qui.

>>> VIDEOGALLERY:
1. Il tornado en vivo: immagini filmate durante il tornado.


2. Tornado a Dajabón: immagini filmate subito dopo il passaggio del tornado. Nel centro della cittá tutto è sott'acqua, compresi i pali e i cavi dell'elettricitá.


3. L'albero secolare abbattuto: sul ponte che unisce le due sponde dominicana e haitiana del Rio Massacre, le squadre della protezione civile stanno lavorando per liberare il passaggio ostruito dal tronco dell'albero sradicato dal tornado.





MARTEDÌ, GIUGNO 27, 2006
.::Ho passato la notte di Natale in carcere


La cella di reclusione del commissariato di polizia di Montecristi

Il 25 dicembre del 2005 l'ho passato dietro le sbarre, in galera. Una notte gelida dormendo sul pavimento sporco di escrementi umani in una cella del commissariato di polizia di Montecristi, qui, nella tropicale Repubblica Dominicana. Perché sono finito dentro proprio il giorno di Natale?

La storia è lunghissima, anche se era iniziata solo tre settimane prima. Era giá da diversi mesi che dicevo ai miei colleghi di Solidaridad Fronteriza, e soprattutto al suo direttore, che dovevamo fare qualcosa per le decine di ragazze, minorenni haitiane e dominicane, che si prostituivano nei bar di Dajabon e dintorni, e noi non avevamo mai fatto nulla in merito.

A dicembre mi ero preso un paio di giorni di riposo e uno di quei giorni è capitato che, in modo non proprio involontario, mi sono ritrovato a Montecristi, poco lontano da Dajabón, a salvare una di queste ragazzine haitiane dalle mani di un pappone (anche lui haitiano), che la stava ammazzando di botte davanti a oltre 50 persone totalmente indifferenti.



Nel tentativo di trovare il modo piú sicuro per portarla davanti alla giustizia, ho iniziato a darle protezione, decidendo di pagare di tasca mia ogni spesa: per colpa delle circostanze e dell'urgenza, tutto era iniziato come un'iniziativa personale e non potevo ancora coinvolgere ufficialmente Solidaridad Fronteriza. La ragazza era una minorenne haitiana, senza documenti legali per entrare in territorio dominicano: era a tutti gli effetti una vittima di "tratta di persona per sfruttamento sessuale", e non potevo semplicemente portarla alla polizia affinché denunciasse le percosse ricevute. Senza le dovute procedure, la polizia avrebbe arrestato sia lei che lo sfruttatore haitiano e li avrebbe rimpatriati entrambi dall'altra parte del confine con Haití, dove "non esiste la legge", lasciando libero il pappone di darle il ben servito una volta per tutte.


Avevo deciso di lottare affinché le autorità dominicane riconoscessero il suo caso e le dessero la protezione adeguata: sapevo che questo avrebbe significato un grande sforzo, soprattutto perché nemmeno le autorità preposte sapevano come gestire un caso simile. Avevo già chiamato tutte le persone più importanti che conoscevo: avvocati, procuratori, giudici, ma nessuno sapeva come trattare il caso di una "haitiana, minorenne e illegale". Per di più, qui degli haitiani non è che gliene freghi granché. Ma non pensavo nemmeno lontanamente che sarei finito in carcere...



Quando ho portato il caso a Dajabón, all'ufficio di Solidaridad Fronteriza, l'unica risposta che avevo ottenuto dal direttore era: "devi consegnare la ragazza al Consolato haitiano, e loro decideranno cosa farne". Io non ci potevo credere! Tutti sapevamo bene che il Consolato era (è!) corrotto fino all'osso e non alza un dito per quelli che hanno veramente bisogno. Per di piú, Solidaridad Fronteriza aveva iniziato da diversi mesi una campagna di sensibilizzazione proprio contro il traffico e la tratta di persone, e proprio adesso che ci trovavamo di fronte al primo caso reale, concreto, con una ragazzina di 15 anni costretta a prostituirsi e abbandonata da tutti, non potevamo tirarci indietro! Sorprendentemente, l'unica cosa che sapeva dire il direttore era di scaricarla al consolato haitiano ?!?!?

Mi sono opposto subito a questa scorciatoia e ho manifestato l'intenzione di portare avanti quella che lui aveva chiamato "una linea personale, non istituzionale". Secondo me dovevamo intervenire noi, che in teoria eravamo gli "specialisti" del tema in quanto stavamo ricevendo migliaia di dollari per fare una campaña di sensibilizzazione contro il fenomeno della tratta di persone. Per me era una questione di coerenza oltre che un'azione umanitaria.

Cosí ho deciso di bussare a tutte le porte possibili: parlando direttamente con il Procuratore generale della Repubblica (una specie di Ministro della giustizia qui in Dominicana); mandando rapporti dettagliati al Dipartimento di Traffico e Tratta di persone della Procura di Santo Domingo e a tutte le associazioni interessate al tema (compresa la OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che ha una casa di accoglienza per vittime di tratta).

Tutti hanno fatto orecchie da mercante e persino le suore Oblate, che di norma offrono aiuto a queste ragazze vittime di abusi, mi hanno chiesto chi avrebbe pagato il vitto e l'alloggio della casa. Insomma, tutti hanno lasciato su di me il peso di aiutare questa ragazza, a pochi giorni dal Natale. Ricordo ancora le parole di Juan Casilla Solis, il PM di Dajabón: "lascia stare Gianni, ascolta me, non ce la farai mai da solo. Mica ti puoi far carico di una ragazzina, non sei suo padre!". Oppure il commento che a distanza di qualche mese mi fece un'amica che lavora per un'altra grossa ong della capitale: quando chiamai per chiedere aiuto, il 22 di dicembre, le avevano detto di dirmi di sí, ma con le mani facevano dei gesti come per dire "tanto da domani siamo in ferie!".



Dopo mille telefonate, quando ormai sembrava che la Procura di Montecristi avesse intenzione di fare qualcosa, ho scoperto a mie spese il livello di connivenza esistente all'interno della giustizia dominicana. Qualcuno si era reso conto ben prima di me che, se la ragazza avesse rivelato tutti i dettagli della sua storia, alcuni pesci grossi sarebbero finiti nella rete.

Per esempio, sarebbe venuto fuori il fatto che la minorenne haitiana era arrivata in Repubblica Dominicana per lavorare come domestica nella casa di una persona molto influente di Montecristi, la quale aveva addirittura pagato 500 pesos perché il trafficante haitiano corrompesse i controlli militari alla frontiera per farla arrivare illegalmente da Haiti. Era un'azione da manuale della "Tratta di persona", punibile dai 15 ai 20 anni di prigione, secondo il nuovo codice penale dominicano.

Ma è proprio qui che entra in gioco l'amicizia tra questa persona importate e la Procura, con il fine di insabbiare tutta la vicenda: il giorno di Natale, alle 4 e mezzo del pomeriggio, la polizia ha fatto irruzione nell'albergo dove mantenevo nascosta la ragazza in attesa di presentarla finalmente davanti al giudice, il lunedì 26 di dicembre, e mi hanno arrestato con l'accusa di "sottrazione di minorenne", portandosi via la ragazza e sbattendo me in una cella puzzolente del commissariato locale.



Dopo averla interrogata e cercato invano di farle dichiarare che io l'avevo costretta ad avere relazioni sessuali con me, l'hanno rimpatriata ad Haiti, di notte, da sola, senza nessuno che la proteggesse, con il rischio che la trovasse il pappone haitiano (che nel frattempo era fuggito ad Haiti sapendo che stavo cercando di farlo mettere in prigione).

Dopo tutto quello che avevo fatto per evitarle il rimpatrio e garantirle un giusto processo, alla fine erano riusciti a sbatterla dall'altra parte del confine e metterla a tacere, mentre io venivo fatto passare come uno dei tanti italiani che fanno "gli ebeti" con le ragazzine.

Quella notte in prigione non sono riuscito a chiudere occhio: tra i mosquitos e le mille idee che mi passavano per la mente non riuscivo a pensare che ad una cosa, un'unica cosa... ero stato fregato! Ormai potevo contare solo su una piccola speranza: quel messaggio in segretería che ero riuscito a lasciare di nascosto ad un amico avvocato prima che la polizia mi requisisse il cellulare.

All'indomani mattina miracolosamente apparve l'amico avvocato, il dossier di 13 pagine che avevo spedito ai quattro venti e pure il direttore di Solidaridad Fronteriza, il cui aiuto (stavolta sì) è stato indispensabile per uscire dal carcere il giorno stesso. Le accuse per trattenermi agli arresti erano del tutto campate in aria ma le influenze si sono ancora fatte sentire: sono stato portato immediatamente davanti al GIP e mi è stato imposto il divieto di uscita dal territorio dominicano per 6 mesi, periodo nel quale il PM poteva raccogliere le prove sufficienti per presentarmi davanti al giudice di prima istanza.

Insomma: ero libero e non lo ero. Soprattutto, non ero più libero di battermi in favore della ragazza, perché ormai avevano trovato il modo di ricattarmi con lo spauracchio del carcere.


Una volta letta la sentenza, tutto quello che mi interessava sapere in quel momento era: dov'è la ragazza?
Ritornati in tutta fretta a Dajabón, abbiamo scoperto che aveva trovato rifugio nella casa di un tassista nella cittadina haitiana di Wanament. Era spaventata a morte: non sapeva dove si trovava e temeva che il pappone fosse già sulle sue tracce.

In quel momento bisognava trovare una casa piú sicura, ma non potevamo portarla a Dajabón perché non aveva documenti e non potevamo correre il rischio che "qualcuno di Montecristi" ci accusasse di introdurre "immigrati haitiani irregolari" in territorio dominicano. Il piano era stato ben studiato: con la ragazza ad Haiti non avremmo mai potuto portarla legalmente davanti ad un giudice dominicano per chiedere giustizia di quello che le era stato fatto. La vittima era stata resa inoffensiva, noi avevamo le mani legate e a Montecristi qualcuno rideva sotto i baffi.

Quando ci siamo resi conto di questo, il direttore di Solidaridad Fronteriza si è reso ancor meno disponibile ad appoggiare un caso che aveva rifiutato fin dall'inizio. Se l'unica soluzione era riuscire a farle avere un passaporto, di questo doveva incaricarsene l'ufficio haitiano della nostra ong. Ricorderò sempre le parole del direttore, Padre Regino Martinez Bretón: "se non se ne faranno carico loro, in Haiti, per me quella ragazza può anche andarsene a dormire sotto un ponte!".
Quanto è difficile essere "umani"...

A quel punto sono iniziati 6 lunghi mesi, in attesa che qualcosa succedesse.
Ad oggi, 27 giugno del 2006, M. (questa è l'iniziale del nome della ragazza haitiana) non ha ancora un passaporto, ma siamo riusciti a farla accogliere nella comunità delle suore colombiane della congregazione di San Giovanni Evangelista a Wanament.

Senza un padre e con una madre che non vuole farsi carico di lei, non è sempre facile farle capire che c'è qualcuno che le vuole bene veramente e che sta facendo di tutto per darle l'opportunità di costruirsi una vita.


[nella foto, il 19 marzo 2006 M. compie 16 anni. A sinistra Suor Nidia e a destra la collega Angelica Lòpez]

Altre volte non è poi cosí difficile capire quanto sia lei ad insegnare a noi che le stiamo vicini!

Per quanto riguarda me, oggi è finalmente scaduto il divieto di uscita dalla Repubblica Dominicana. Stamattina sono ritornato nella cella, ormai vuota, in cui ero stato rinchiuso il giorno di Natale del 2005.
Oggi ritrovo una libertà di cui però non credo vorrò approfittarne, almeno per un altro po' di tempo. Nonostante ci sia stata la decisione condivisa di terminare anticipatamente il contratto con Solidaridad Fronteriza, in questi mesi di "confino" mi sono reso conto di quanto ci sia ancora da fare su questa frontiera dominico-haitiana.

L'impulso che mi aveva spinto ad intervenire nel caso di M. era probabilmente dettato dalla frustrazione per quello che sentivo di non riuscire a fare dentro Solidaridad Fronteriza: fuori dalla logica dei "progetti di cooperazione", ho bisogno di immergermi nuovamente nelle questioni propriamente umane, di chi ha veramente bisogno di aiuto e non di chi vuole solo un rendiconto e una fatturazione a partita doppia.

E stavolta l'impulso mi dice di fermarmi e rimboccarmi le maniche.

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MARTEDÌ, GIUGNO 13, 2006
.::Ritorno al Batey

© giannidalmas
Niños nel batey di Boca de Mao

Dopo più di un anno, sono ritornato al Batey di Boca de Mao, uno di quei piccoli centri costruiti nel bel mezzo delle piantagioni agricole. Se la canna da zucchero si coltiva nel sud-est dell'isola, qui a farla da padrone sono le banane. E come sempre, chi lavora nei campi è haitiano, in gran maggioranza. E lo si vede dai bambini, che sono i primi ad accoglierti quando entri nel batey.

Ma questo non è un batey normale, nonostante i grandi sorrisi e gli occhioni enormi: lo scorso anno, a maggio, molti degli haitiani che vivevano in queste case di tavole e lamiera sono stati deportati massivamente dalle autoritá dominicane. Probabilmente il fatto più grave di tutto il 2005, un bel primato finito nel rapporto annuale di Amnesty International.
E proprio questo era il motivo della visita: due ricercatori di Amnesty, Gerardo e James, volevano conoscere direttamente alcune delle persone deportate illegalmente.

© giannidalmas© giannidalmas

"Gago", balbettando piú del solito, raccontó della paura che provó quando i militari dominicani avevano buttato giú la porta di casa sua, alle 5 di mattina. Gli spintoni, la fretta e tutti su sul camion dell'esercito, che lo aspettava giá carico di molta altra povera gente.
Filomena invece non può dimenticare due cose: il sentimento di impotenza di fronte alle carezze e agli apprezzamenti volgari di alcuni soldati e la vergogna che provò quando dovette attraversare il ponte sul Rio Massacre. Sporca, con due stracci addosso, di fronte agli sguardi e ai sorrisi beffardi di quelli che assistettero allo spettacolo del rimpatrio forzato verso Haití.

In quel venerdí 13 maggio, giorno di mercato a Dajabón, Filomena ricorda pure di aver ricevuto qualche battuta di scherno da parte di alcuni haitiani. Insomma, un giorno che vorrebbe poter dimenticare.

Io invece penso a quest'anno che è trascorso, alle persone che ho conosciuto e alla realtà che mi circonda. Miseria e voglia di tirare avanti; il giorno per giorno che fa a botte con la speranza di un futuro migliore.

Mi guardo intorno e non trovo risposte. A due passi gli uni dagli altri, si vedono dei dominicani scolarsi l’ennesima bottiglia di rum, mentre gli haitiani giocano a domino e chi perde si infligge delle colorate punizioni con le mollette del bucato.

© giannidalmas© giannidalmas

Dall’altra parte della strada, donne e bambini al lavoro, di domenica, alle prese con dei piselli. Anzi no, con tanti, tantissimi piselli: quando il catino sará colmo fino all’orlo potrà essere venduto a 10 pesos... Con quei soldi, penso, ci potranno comprare due bottigliette d’acqua (pulita), ma gli mancherebbero altri 5 pesos per comprarsi una Cola Real (l’alternativa dominicana alla Coca Cola).

Continuo a pensarci su, e mi rendo conto che sono fuori strada. Devo ritornare piú spesso in questi batey, per “imparare guardando” il sorriso di questi bambini.


© giannidalmas© giannidalmas

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VENERDÌ, GIUGNO 02, 2006
.::UN giorno normale


[se non avete l'ADSL, scaricate il video cliccando qui]

Un "normale" giorno di mercato sulla frontiera dominico-haitiana... il Rio Massacre, gli immigrati illegali, il riso di contrabbando e tanta vita!
Dopo un anno e mezzo su questa frontiera, il primissimo esperimento video, con un saluto speciale.

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MERCOLEDÌ, MAGGIO 31, 2006
.::Disconnessi dal mondo



No, non mi sto riferendo a quelli che, come me, vivono su questa frontiera!
"Disconnessi dal mondo" sono molti amici italiani e soprattutto la mia famiglia!

Sono già quasi 20 mesi che manco dall'Italia, e a mia madre piacerebbe potermi rivedere almeno in video-conferenza su internet, con skype. Purtroppo non puó, perchè a Fregona (nel trevigiano) la Telecom non offre il servizio ADSL. E pensare che qui, tra Haiti e Repubblica Dominicana, abbiamo la fibra ottica persino nel bagno.

Il perchè di questa incredibile mancanza, lo troviamo in una lettera pubblicata sul blog di Beppe Grillo. >>> Leggi l'articolo [+]





GIOVEDÍ, 13 APRILE, 2006
.::Italia – Haiti: 1 a 1


[Foto "ritoccata" di Daniel Aguilar - Reuters]

Potendo fare un confronto tra le elezioni italiane del 9-10 aprile e quelle haitiane del 7 febbraio, credo proprio che sarebbe difficile dire quale delle due democrazie stia meglio di salute.
Mi sa che finirebbe in paritá questo derby politico Italia - Haiti, un derby che per me è finito con un magro 1 a 1, visto che, almeno, sono risultati eletti i due candidati che preferivo....leggi l'articolo [+]





MARTEDÍ, 21 MARZO, 2006
.::Tu chiamale se vuoi... CENSURE !!!

"A pensar male si fa peccato... ma molte volte ci si azzecca!". Cosí citava l'Andreotti Giulio, che di cose ne sa tante.
Io non ho so se la censura abbia veramente creato dei problemi al sito
ComeDonChisciotte.org , ma il fatto è che i link con le immagini della guerra in Irak sono caduti, cosí come il sito stesso.
Nella speranza che si tratti solamente di problemi tecnici (magari dovuti a mancanza di fondi per mantenere lo spazio web, cosa altrettanto triste), pubblico il link al sito The Brussells Tribunal dal quale erano state riprese originariamente alcune delle foto oscurate.

>>> GLI SQUADRONI DELLA MORTE E LA POLIZIA IRACHENA (in fondo alla pagina)
ATTENZIONE: FOTO ESTREMAMENTE CRUDE

E speriamo che non spariscano pure queste!




LUNEDÍ, 20 MARZO, 2006
.::Piú passano gli anni e piú mi sembra che il mondo ci stia sfuggendo dalle mani!


Sono già passati tre anni dall'inizio della guerra in Iraq e non me ne sono neppure accorto.
Sará perché dal 19 marzo del 2003 ho cambiato tre volte lavoro, casa, paese e continente... e forse non ho avuto tempo per riflettere.
O forse non ho fatto nulla per trovarlo.

Quando vedo certe foto, mi chiedo se veramente ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità per evitare questa guerra (e le tante altre che sono attualmente in corso): ovviamente la risposta è un colpevole ¡NO!.

Robert Fisk, del The Indipendent, aveva scritto: "Se i media mainstream pubblicassero le foto della vera guerra, come le ho viste io, nessuno sosterrebbe questa guerra".

Quelle foto le avevo viste sul sito ComeDonChisciotte.org e mi avevano fatto quasi piangere... poi nei giorni scorsi il sito era stato oscurato, e il pensiero è corso subito alla censura. Fortunatamente oggi l'ho rivisto on-line, e così ho deciso di pubblicare il link a quelle immagini, prima che ci ripensino.
Guardatele anche voi, e magari dite la vostra.

ATTENZIONE: FOTO ESTREMAMENTE CRUDE
...guarda le immagini [+]





GIOVEDÍ, 16 FEBBRAIO, 2006
.::Prezidan !


[foto: ©Shannon Stapleton/REUTERS]

Finalmente! Stamattina l'annuncio della vittoria di Preval ha rincuorato tutti: in ufficio si è subito diffuso un senso di contentezza generale e tutti gli amici haitiani hanno avuto la loro buona dose di "pacche sulle spalle". Sebbene non tutti qui abbiano votato per Preval (molti si dichiarano apertamente sostenitori di Guy Philippe, l'ex-golpista del 2004), sanno benissimo che il risultato delle elezioni è un buonissimo auspicio per il futuro del paese.
Chiunque abbia cercato di truccare le elezioni alla fine non c'è riuscito: la vittoria al primo turno di Renè Preval è la garanzia più grande per la stabilità politica di Haiti.

Con un partito dal nome Lespwa (speranza), Preval dovrà ora rimboccarsi le maniche per ridare la speranza agli haitiani, soprattutto ai giovani.

Ritornando al giornalismo vero, oggi l'omaggio ritorna all'agenzia MISNA e ai quattri lanci che mi hanno dato il "buongiorno" quando sono arrivato in ufficio stamattina:


10.01
ELEZIONI: PRÉVAL DICHIARATO VINCITORE


René Préval ha vinto le elezioni presidenziali del 7 febbraio con il 51,15% dei voti: lo hanno riferito poco fa fonti del governo ‘ad interim’ haitiano e del Consiglio elettorale provvisorio (Cep). [FB]
...leggi l'articolo [+]




MERCOLEDÌ, 15 FEBBRAIO, 2006
.::Se ci rimandassero Ettore Mò...


Si accendono le proteste a Port-au-Prince dopo la diffusione delle immagini delle urne buttate nella spazzatura, a conferma delle accuse dei gravi brogli elettorali.

Era il maggio del 2005 quando Ettore e Luigi Baldelli erano stati inviati dal Corriere della Sera per fare un reportage sulla condizione dell’isola, di Haiti e degli haitiani immigrati in Repubblica Dominicana.
A poco meno di un anno, Haiti si ritrova in un momento difficilissimo, con un presidente “eletto” e non ancora proclamato e una rivolta popolare quasi sicura se non si arriverá ad una soluzione che convinca i sostenitori di Preval.
Eppure, sarà una casualità ma i due giornali piú venduti d’Italia – Corriere della Sera e La Repubblica non hanno ancora pubblicato un solo trafiletto sulla situazione haitiana. Un caso, piú che una casualitá!

E pensare che oggi mi ha chiamato Jonathan Katz, il corrispondente della Associated Press, tartassandomi di domande sulla situazione della frontiera...leggi l'articolo [+]





DOMENICA, 12 FEBBRAIO, 2006
.:: Quant'è bello sbagliarsi!


Sostenitori dell'ex-presidente René Preval manifestano per le strade di Port-au-Prince perché venga dichiarato ufficialmente vincitore delle elezioni.

Anch'io avevo fatto come un po' tutti da queste parti: di Haiti é meglio parlar male se si vuole finire in prima pagina. Peró nell'intervista alla Misna avevo detto quello che sentivo e quello che un po' tutti, onestamente, ci aspettavamo: elezioni nel caos, violenza e guerriglia...
I pochi commenti che facevamo attraverso la frontiera tra Dajabón e Wanament erano di apprensione e sfiducia: le notti cariche di tensione delle settimane precedenti ci avevano fatto temere il peggio. ...leggi l'articolo [+]




MARTEDÍ, 7 FEBBRAIO, 2006
.::Haiti al voto. Haitiani nel vuoto...


La frontiera dominico-haitiana è chiusa da ieri, ma la gente di Wanament ha bisogno di cibo anche durante le elezioni.

Ho taciuto per mesi, omettendo cose che era necessario non dire... e altre che pian piano troveró il modo per scriverle. Conto di ritornare a scrivere un po’ in italiano, a fare un po’ di foto, a prendermi un po’ di tempo per me. Insomma, ci spero...
Intanto, oggi, mentre il popolo haitiano celebra il primo turno delle sue incerte elezioni presidenziali, trovo un momento per ringraziare Francesca Belloni dell’agenzia di stampa MISNA, che mi ha stanato dal mio covo di frontiera e mi ha fatto rispolverare il dizionario italiano-spagnolo (o meglio, spagnolo italiano!!!) per scrivere il pezzo che pubblico qui sotto. Fa parte di uno speciale su Haití e i due anni di uscita di scena dell’ex presidente Aristide. Anni lunghi, sofferti, incerti... Insomma, bisognerà sperare...

Tra emigrazione, povertà e violenza, il paese al voto
di Francesca Belloni
Fonte: Agenzia Misna


“Purtroppo la realtà haitiana è sempre più desolante. A quasi 15 anni dal primo colpo di stato che ha fatto cadere l’ex-presidente Jean-Bertrand Aristide, la popolazione ha sempre meno fiducia nella ripresa e nella rinascita della democrazia. Se lo stato è inesistente e l'economia è in costante calo, ai giovani non rimane che scegliere tra la povertà e la speranza oltre la frontiera”: così Gianni dal Mas, consulente per la comunicazione e i diritti umani di ‘Solidaridad Fronteriza’ e del Servizio gesuita per i rifugiati e i migranti di Dajabón, cittadina dominicana alla frontiera, descrive alla MISNA lo scenario attuale nella parte orientale di Hispaniola, ormai alla vigilia delle prime elezioni che dovrebbero, almeno sulla carta, concludere la transizione iniziata nel febbraio 2004 dopo l’abbandono di Aristide....leggi l'articolo [+]




LUNEDÍ, 27 GIUGNO, 2005
.::Globalizzazione e migrazioni: ipotesi a confronto


Immagini dal reportage "illegal portraits" sull'immigrazione haitiana in Repubblica Dominicana. La mostra verrà esposta per tutto il mese di luglio 2005 nel Centro sociale di Fregona.

Una conferenza per capire meglio il fenomeno mondiale delle migrazioni, arricchito da uno speciale collegamento con la frontiera tra Repubblica Dominicana e Haiti.
In video conferenza participeranno:

- Regino Martínez Bretón sj., Direttore di Solidaridad Fronteriza/SJRM
- Lissaint Antoine sj., Direttore di Solidarite Fwontalyè/SJRM;
- Gianni Dal Mas, Consulente per l’Ufficio Comunicazione e Diritti Umani di Solidaridad Fronteriza/Solidarite Fwontalyè.

28 GIUGNO 2005 - ore 20.45
CENTRO SOCIALE di FREGONA (TV) - ITALIA


Parteciperanno in sala:


- Edgar Serrano, Manager didattico del corso di laurea in Cooperazione allo sviluppo, Università di Padova
- Giuliano Giorio, già Ordinario di sociologia, Università di Trieste
- Ndayishimiye Petrose, Mediatrice culturale ed ex giornalista del Burundi

Patrocinio del Comune di Fregona - Gruppo giovani
Informazioni: Tel. +39 - 0438 - 585890




GIOVEDÍ, 23 GIUGNO, 2005
.::Repubblica Dominicana e Haiti: tra espulsioni di massa e diritti umani


13-15 maggio 2005: vengono espulsi in massa oltre 2000 haitiani

Se in Italia vedete passare tre camion pieni zeppi di persone, donne e bambini con gli occhi sbarrati, vestiti alla meno peggio e senza niente nelle mani, immaginereste che ci sia qualcosa che non va. Se invece vi trovate in Repubblica Dominicana, nelle vicinanze della frontiera con Haiti, ne sareste certi: quei tre camion sono il segnale che stanno di nuovo rimpatriando in massa gli haitiani.
Ci sono momenti in cui un haitiano che sta camminando per strada o se ne sta chiuso in casa, che abbia un permesso legale di soggiorno o sia “clandestino”, viene preso e fatto salire con la forza insieme a tanti suoi connazionali su un camion dell’esercito e spedito al primo valico di frontiera per essere rimpatriato ad Haiti, senza tanti giri di parole e tanto meno un decreto formale di espulsione.
Questa volta, il 13, 14 e 15 maggio del 2005, quei tre camion sono diventati 4, 5, 10, 20: in tre giorni sono state espulse dal valico di Dajabón, nella zona nord dell’isola, piú di 2000 persone, haitiani e dominicani di origine haitiana
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MERCOLEDÍ, 18 MAGGIO, 2005
.::Espulsioni di massa sulla frontiera dominico-haitiana


Rifugiati attraversano le acque del Rio Masacre per arrivare sulla riva haitiana

In attesa di fornire una testimonianza in italiano degli avvenimenti, riporto i due lanci fatti dalla MISNA sulla base dei nostri comunicati stampa.
Maggiori informazioni e soprattutto il reportage fotografico delle operazioni militari di espulsione sono disponibili sul sito dell'ong:




MERCOLEDI, 04 MAGGIO, 2005
.:: Repubblica Dominicana: parole di Ettore Mó, foto di Luigi Baldelli


Sotto lo sguardo di Ettore Mó, gli haitiani attraversano illegalmente all'alba le acque del Rio Masacre per arrivare in territorio dominicano

L’appuntamento era alle 6 e mezzo all'Hotel Intercontinental di Santo Domingo: insieme ad Alicia dovevo incontrare "Ettore"... così l'aveva chiamato Luigi, il fotografo del Corriere della Sera che mi aveva chiamato per avere alcune informazioni sulle piantagioni di canna da zucchero della Repubblica Dominicana.
Alicia, cooperante spagnola che avevo conosciuto tre anni fa, nella mia prima visita in RD, a dieci minuti dalla partenza mi disse estasiata: "È Ettore... Ettore Mó! Mia cognata, che fa la giornalista per City Milano, quasi le è venuto un infarto quando ha saputo che ieri pomeriggio ho accompagnato Ettore Mó in giro per i batey!"
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DOMENICA, 17 APRILE, 2005
.::L'intervista (2)

>>> leggi .::L'intervista (1)


Christian Jean e il rancho dove vive con gli altri braccianti

1.
Ci avvicinavamo sempre piú alla capanna dal tetto di paglia, il famoso rancho, la casa di tutti gli haitiani che lavorano nei campi dominicani. Eravamo solo a pochi metri quando ci siamo accorti che si trovava dall’altra parte del canale: per arrivarci bisognava attraversare un ponte fatto di pali e sacchi di sabbia.
Alejandro mi batte sulla spalla indicandomi un punto dove fermarmi: attraversarlo in due, sulla moto, neanche morti. Per fortuna lui ha la vista buona, e laggiú, lungo la strada che fiancheggia il canale dalla nostra parte, riconosce una moto, sicuramente quella di don Ramón. Solo il padrone puó avere la moto, pensavamo ...leggi l'articolo [+]




LUNEDÍ, 04 APRILE, 2005
.::L'intervista (1)


Alejandro Robles intervista Christian Jean, sotto gli occhi del padrone, don Ramón Tapia Monción

Un viaggio in moto di quasi un’ora, con Alejandro che faceva da passeggero, e la polvere che contornava gli occhi. Alle tre di pomeriggio il sole sembrava non dare ancora tregua, e l’ombra scarseggiava ovunque. Dopo aver sbagliato strada un paio di volte e chiesto inutilmente altre indicazioni per arrivare alla risaia di don Ramon, abbiamo visto da lontano una baracca col tetto di paglia... eravamo arrivati. L’intervista non era programmata ma bisognava farla ad ogni costo: uno degli haitiani di don Ramon era stato arrestato.
Il motivo? Era andato fino alla Fortaleza Beller e riconosciuto i militari che gli avevano rubato 40 mila pesos.



Tutto era iniziato due giorni prima. Erano quasi le dieci di sera, e Regino (il direttore di Solidaridad Fronteriza) passava per l’ufficio dove di solito rimango fino a notte fonda... leggi l'articolo [+]




MERCOLEDÍ, 30 MARZO, 2005
.::Ricapitolando...


Dajabón: ponte della dogana sul Rio Massacre, placido testimone della "mattanza" di 25 mila haitiani ordinata nel 1937 dal dittarore dominicano Trujillo per dominicanizzare la zona di frontiera con Haiti

E sono cinque... non é che io li stia contando, questo no: a cosa servirebbe? Di mesi lontano dall’Italia ne passeró ancora molti, é solo che per il momento é piú facile contare questi. Di certo sono passati come un fulmine: la settimana di addestramento a Londra, il mese a Santo Domingo, il mese e mezzo ad Haiti e poi ancora a Santiago, di nuovo a Santo Domingo e finalmente Dajabón. Piú di tre mesi con le valige sempre pronte, prima di poter entrare a far parte di Solidaridad Fronteriza, organizzazione di base del Servizio gesuita per i rifugiati e i migranti (SJRM), in qualitá di Advisor in Communication and Human rights (dimenticavo di dire che l’ong che mi ha contrattato é l’inglese CIIR – Istituto cattolico di relazioni internazionali, che peraltro non mi ha ancora ufficilamente inserito nel suo sito... forse temono che io "scoppi" e chieda di tornarmene a casa!)
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SABATO, 19 MARZO, 2005
.::Sulla strada giusta, con qualche morto che si poteva evitare


Nick Brooke affacciato alla "cella vecchia", nel carcere di Dajabón

No, niente incidenti stradali... la strada giusta a cui mi riferisco é quella che sembra aver preso il governo dominicano in tema di prigioni.
Giá da tempo esiste un progetto chiamato Parme (Proyecto de apoyo para la reforma y modernización del estado) che prevede il miglioramento del sistema penitenziario, attualmente allo sfascio.
Non entro nei dettagli solo perché non li conosco (eheh), peró é un dato di fatto che, dopo la tragedia di Higuey, la macchina della riforma ha ripreso a camminare. E, d’altro canto, non poteva non essere cosí: i morti di quel lunedí nero sono saliti a 136 e ben 52 cadaveri non sono nemmeno stati reclamati dalle famiglie. Non sempre si é trattato di cattivi rapporti con i famigliari: molte volte uno finisce in carcere e semplicemente non riesce a comunicarsi con la moglie o la madre... leggi l'articolo [+]




GIOVEDÍ, 10 MARZO, 2005
.::Un blog dalla frontiera, e pensare che avevo quasi perso la speranza...


Nel carcere di Dajabón, all'interno del complesso militare "Fortaleza Beller"

... poi invece uno capisce che è ora di dire basta e invia un post. Ero pronto da quasi un mese, aspettavo solo il momento giusto e, perché no, anche la foto giusta: quella capace di raccontare in un attimo dove vivo e perché faccio quello che faccio.
Volevo quella foto di cui avevo sentito scattare il click nel carcere di Dajabón: il dito era quello di Jonas, fotografo belga alle prese anche lui con la frontiera. La sua era stata una foto fatta alle spalle, in un posto dove avere un amico “alle spalle” ti fa stare piú tranquillo. Beh, eccola, arrivata oggi, a un mese e qualche migliaia di km di distanza: mi ricorda quel giorno, il carcere e i suoi “ospiti”, l’otturatore della Rollei che si é inceppato due volte, le facce e i tatuaggi, i rullini che finivano troppo presto. Giá, i rullini: tutti andati oltre oceano nella borsa di Jonas, con la speranza di rivederli presto e ben sviluppati. Nel frattempo le foto che mi stanno riempiendo gli occhi sono quelle della tragedia che tre giorni fa ha fatto 134 morti nel carcere di Higuey, sud est dell’isola.
Era la notte di una domenica che stava per trasformarsi in un pessimo lunedí…
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